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Il contesto sociale, culturale, economico e politico
«Educare alla vita buona del Vangelo»

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7-9 febbraio 2011

Lectio - La parabola del seminatore
MC 4,1-20
Questa mattina cercheremo di entrare all’interno di un brano evangelico molto noto e assai commentato, tenendo come chiave di lettura e punto di riferimento l’attenzione alle dinamiche educa-tive. La forma del testo e le strategie educative
L’inizio del brano, quello che dà l’avvio alla narrazione della parabola (vv. 1-2) consente di collocare quanto segue proprio sullo sfondo di un percorso educativo: per ben tre volte si parla di “insegnare” (v. 1 “cominciò a insegnare”, dida,skein), “insegnava” (v. 2 “insegnava loro molte cose” evdi,dasken) e “insegnamento” (v. 2 “diceva loro nel suo insegnamento” evn th/| di-dach/|), con una ripetizione che è senza dubbio significativa per l’interpretazione di quanto se-gue. La forma che Gesù usa per il suo insegnamento è, secondo quanto afferma, la parabola: “e- gli insegnava loro molte cose con parabole” (v. 2). Si tratta di uno strumento comunicativo che, e-sponendo un contenuto non in maniera diretta, ma attraverso immagini, provoca l’abbassamento delle difese dell’interlocutore, facendo sì che egli si apra all’ascolto possibile. È il caso, ad es., del-la parabola dell’uomo ricco e della pecora del povero narrata da Natan a Davide: la parola del pro-feta non accusa direttamente il re, ma narra una storia, all’interno della quale il re prenderà posi-zione aprendo così la via per un intervento più diretto del profeta e uno svelamento della realtà. Educare con parabole, dunque, significa essere consapevoli e farsi carico delle resistenze in atto al processo educativo; queste resistenze, tuttavia, non vengono aggredite direttamente, ma si cercano strategie di comunicazioni efficaci affinché esse possano essere superate e chi ascolta possa giungere a riconoscere la realtà. Questo lo stile educativo di Gesù, nei confronti della folla lungo il mare. Ma la forma del testo, la sua disposizione ci rivela qualche altro particolare. Il testo chiaramente si duplica, quasi ripiegandosi su se stesso: l’ultima parte, infatti, costitui- ta dai vv. 13-20 rilegge la prima, i vv. 3-9, che costituiscono la narrazione della parabola. Questo fenomeno di reduplicazione è assai frequente nella Scrittura (cf. Dt che rilegge il cammino di Israe-le nel deserto): attraverso questo accorgimento si ripresenta la stessa realtà sotto un’altra angola-tura, svelandone il senso prima nascosto e portandola a compimento. Anche nel nostro testo, l’ultima parte del brano, di fatto svela ciò che era nascosto nella narrazione della parabola consen-tendo alla stessa parabola di arrivare al suo compimento. Evidentemente l’insegnamento che Gesù impartisce alle folle, il percorso di educazione pro- posto attende un compimento che sarà prospettato alla fine. Come allora la parabola e con essa il percorso educativo giunge al suo compimento? Tutto il testo ruota attorno a un centro, su cui appunto esso si ripiega: il centro è costituito dal dialogo tra Gesù e i discepoli, un dialogo provocato da questi ultimi i quali, come racconta il v. 10, “lo interrogavano sulle parabole”. La formulazione è strana: essa rivela a) un comportamento abi-tuale dei discepoli (impf.), b) dopo la narrazione di molte parabole, non solo di una parabola. Sono proprio le domande che i discepoli rivolgono a Gesù che consentono a quest’ultimo di indicare il compimento del processo educativo. Lectio – La parabola del seminatore L’educazione di Gesù in parabole provoca domande, suscita interesse e questioni; queste domande, in cui è nascosto un desiderio di comprendere, diventano via per il compimento dell’educazione.  Educare in parabole: farsi carico delle resistenze dell’altro in maniera intelligente…  Parabole per suscitare domande: l’educazione può iniziare nel momento in cui l’altro rispon- de ad una provocazione… educare significa allora stanare i desideri dell’altro, provocare le sue questioni e soprattutto trovare il sistema perché queste domande vengano alla luce. Verso il compimento: la parola-seme
Sembra che il testo si ripeta, in realtà non è così. Gesù prende di nuovo la parola, provocato dalle domande dei suoi, entra dentro la realtà descritta nella parabola e ne svela il senso, portan-done alla luce i risvolti. “Il seminatore semina la Parola” (v. 14): la parola è in questo momento la via attraverso la quale Gesù insegna, e se – come affermano i commentatori – siamo di fronte ad una parabola in atto, cioè una parabola che descrive la realtà che sta accadendo, allora in questo momento la pa-rola stessa di Gesù è via di educazione per i suoi. Vale la pena soffermarsi un attimo sull’immagine del seme. La parola che educa è paragonata ad un seme: ciò che sta al principio dell’educazione non è qualcosa che può soddisfare un bisogno immediato, ma è qualcosa che contiene in sé una poten-zialità di vita capace di svilupparsi, costringendo al dinamismo. Ancora: una volta che è seminato, il seme non è più “sotto controllo” del seminatore. Così ri- corda Mc 4,27-28: “dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”; e ancora Qo 11,6: “Fin dal mattino semina il tuo seme e a sera non dare riposo alle tue mani, perché non sai quale lavoro ti riuscirà meglio…”. Anche nella parabola raccontata da Gesù, il seminatore, di fatto, sparisce. La relazione educativa come consegna di un dono offerto, che promuova realmente l’altro, nelle sue capacità e possibilità, portandolo in primo piano. Infine, l’immagine del seme rimanda alla possibilità di portare frutto abbondante: educare come donare la possibilità di portare frutto, possibilità di fecondità, possibilità di vita non solo per chi è destinatario dell’educazione, ma una possibilità ben più estesa, che i testi evangelici ci rap-presentano attraverso l’immagine del seme porta in sé la possibilità di moltiplicarsi (cf. Mc 4,28-29; Gv 12,24).  Educare attraverso un seme: consegnare all’altro un qualcosa che attende di essere svilup- pato… non è la via breve di crede di educare soddisfacendo immediatamente un bisogno.  Il seme non è controllato dal seminatore… educare significa consegnare qualcosa che solo l’altro può gestire. Educare significa costringersi ad un tempo di attesa, costringersi alla spe-ranza, costringersi alla fiducia… Un seme per educare
La parola che Gesù sta donando adesso ai suoi discepoli, li porta ad entrare dentro la realtà di quella semina che egli stesso aveva descritto alla folla cogliendone il senso, svelandone la real-tà. Così prosegue la spiegazione: “quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola” (v. 15). C’è da notare immediatamente un particolare significativo: quello che il racconto della parabola alle folle aveva rappresentato come un “cadere”, quasi casuale, del seme (cf. vv. 4.5.7.8), in realtà è una semina perfettamente intenzionale: la parola viene seminata sulla strada, Lectio – La parabola del seminatore non vi cade semplicemente. Questa intenzionalità nella semina è confermata almeno da un altro particolare: ogni volta la misura di seme seminata è sempre la stessa: ciò che cade in quello che è definito “lungo la strada” (v. 4) “terreno sassoso” o “tra i rovi”, non è una parte residuale, un po’ di seme sfuggito dalle mani del seminatore per incuria. Si tratta sempre di “una parte” di seme per volta, una parte intera che intenzionalmente viene seminata. Saremmo tentati di pensare ad un seme sprecato, ma l’intenzionalità della semina mostra qualcosa di altro; il seme non è affatto sprecato, piuttosto esso è donato e consapevolmente gettato. Il potere del dono si rivela straordinario, riuscendo a far apparire le qualità e le caratteristiche di colui che lo ha ricevuto: il seme, infatti, che contiene in sé la vita, ha precisamente il potere di ri-velare la qualità nascosta e invisibile del terreno in cui è sparso. È quanto il racconto della parabola rivela ad una lettura più attenta: il seme “cadde sul terre- no sassoso, dove non c’era molta terra; e subito spuntò perché il terreno non era profondo” (v. 5). Bisogna pensare che i sassi siano sotto uno strato di terra poco profondo, nascosti alla vista; è quanto ci conferma il passo parallelo di Lc 8,6, dove la parte caduta sulla pietra “seccò per man-canza di umidità”. Evidentemente i sassi sotto il terreno impediscono alla pianta di sviluppare radici profonde e di raggiungere l’acqua. Colui che semina capisce che il terreno è sassoso solo dall’esito del seme che vi aveva intenzionalmente seminato. Quanto al seme che cade tra le spine: il testo lascia intendere anche in questo caso che i ro- vi che infestavano il terreno non erano affatto visibili; si legge infatti: “i rovi germogliarono (a-vne,bhsan)” verbo che subito dopo è impiegato per indicare il germogliare del grano (cf. v. 8 “e diedero frutto, germogliate [avnabai,nonta] e cresciute”). Si semina il seme e si vedono spunta-re non le piante di grano, ma i rovi; questo rende ancora una volta palese, cosa era nascosto den-tro la terra e cosa nel segreto della terra ha prevalso. Il seme seminato intenzionalmente da ogni parte, dunque, svela la natura di ogni terreno su cui cade, portandone alla luce le realtà e gli ostacoli che di volta in volta si frappongono tra il seme e la possibilità del frutto, ostacoli evidentemente nascosti all’inizio e rivelati solo da un paziente e fiducioso lavoro di semina. Proprio in questo svelamento sta la fecondità del seme e non solo nel fatto che porta frutto. Se ciò che è seminato è la Parola torna allora alla mente Eb 4,12: “la parola di Dio è viva, ef- ficace”, qualità effettivamente del seme, “più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sen-timenti e i pensieri del cuore”. La relazione educativa passa attraverso uno svelamento del cuore messo a nudo nelle sue debolezze e forze, nelle sue sterilità e fecondità, dalla parola seminata, da quel dono che viene consapevolmente e precisamente donato.  Il potere educativo del dono: nel ricevere il dono ciascuno rivela il segreto del suo cuore…. più il dono è pieno di vita, più il cuore si rivelerà per quello che è… Ecco che il dono di un seme, cioè di una vita concretamente possibile si rivela via straordinaria di educazione…  Fecondità della relazione educativa: pensiamo solo al frutto, ma prima del frutto la fecondità sta nel favorire una presa di coscienza… nel far sì che l’altro possa sperimentarsi e scoprire chi egli è… Le resistenze, gli ostacoli che vengono alla luce sono il primo frutto della relazione educativa… La frattura del testo e il suo compimento: lasciarsi educare
Ad un certo momento, subito dopo l’inizio la spiegazione di Gesù presenta all’occhio o all’orecchio del lettore qualche stonatura; sembra che essa non sia più lineare, perché improvvi-samente i termini di paragone cambiano, rendendo più difficile la comprensione della parabola. Il punto deve essere significativo, se il passo parallelo di Lc che prende da Mc e di Mc corregge e spiana le asperità, mantiene questo slittamento. Lectio – La parabola del seminatore C’è un qualcosa che chiede un più di comprensione, uno sforzo maggiore: forse proprio in questa frattura, in questa discontinuità che chiede attenzione e la fatica di una spiegazione, si na-sconde il mistero del regno, quel dono che ai suoi era stato donato: “a voi è stato dato il mistero del Regno di Dio” v. 11, cioè qualcosa che è ancora velato, ma allo stesso tempo è ricevuto in do-no. Così Gesù afferma al v. 16: “Quelli seminati sul terreno sassoso…” e così ancora in tutte le volte seguenti si parla di “quelli seminati”. Improvvisamente il seme non è più la parola, ma sono gli stessi ascoltatori ad essere semi- nati dal seminatore; chi ascolta la parola diventa parola a sua volta, diventa a sua volta seme se-minato. E se il seme-parola è principio di educazione, allora i discepoli stessi, coloro che hanno ascoltato e hanno interrogato il maestro, lasciandosi provocare dalla parola e mettere in gioco dal desiderio di capirla, allora essi stessi diventano principio di educazione. C’è solo un tipo di ascoltatori che non diventa seme: sono quelli “lungo la strada” (v. 15). Benché la parabola e la sua spiegazione non siano molto chiari su cosa accade (come si faceva la semina, se prima si arava e poi si seminava o viceversa), tuttavia vi sono alcuni elementi da sotto-lineare. Il seme seminato lungo la strada è portato via perché la terra non si chiude sopra di esso, non lo com-prende; ecco che rimasto esposto il seme donato viene rapidamente rubato. Questo particolare è significativo: perché l’ascoltatore possa diventare seme a sua volta de- ve accogliere la parola ricevuta, farle posto al suo interno, custodirla. Custodire la parola nel cuore significa trasformarsi progressivamente in questa parola, farla scendere in profondità, piuttosto che lasciarla sollevare (cf. Satana che solleva la parola seminata), diventare pian piano attestazione vivente di questa parola, pronta ad essere a sua volta seminata1. In questo il compimento: nel fatto che i discepoli, educati da Gesù, ascoltatori della parola, possano diventare a loro volta attestazione di quella stessa parola, educatori a loro volta, possano essere seminati dalla mano del seminatore, possano essere a loro volta donati. La vita di chi si è lasciato educare diventa a sua volta dono. Nel momento del suo compimento, dunque, educare significa donare all’altro la possibilità di  Possiamo soffermarci brevemente a riflettere sul termine e il compimento del nostro percorso di educazione… è finalizzato alla promozione dell’altro, oppure piuttosto lega a me l’altro creando dipendenze? Educarsi per portare frutto
Resta ancora una domanda aperta: i discepoli, coloro che ascoltano la parola e la fanno scendere al loro interno, diventano seme a loro volta. Ma come essi possono portare frutto? I vv. 17-20 ci mostrano alcune dinamiche che ostacolano o favoriscono la fecondità e lo sviluppo del seme; si tratta ogni volta di dinamiche interne all’ascoltatore della parola, le quali ci mettono in evi-denza un ultimo passo decisivo della relazione educativa: a) il signore educa con la sua parola; b) il discepolo si lascia educare dalla sua parola accogliendola e lasciandosi trasformare da essa, ma c) egli stesso, dopo aver ascoltato e accolto la parola, deve a sua volta educarsi, cioè mettere in atto delle dinamiche personali che favoriscano la produzione del frutto. Il dono ricevuto per quanto accolto non può fare frutto da solo: esso necessità di una collaborazione attiva. Proprio questa col-laborazione necessaria è quanto per contrasto emerge nelle battute conclusive del brano; vediamo brevemente qualche aspetto. Quanto al terreno sassoso: il problema non sono tanto le persecuzioni che sopraggiungono, quanto il fatto che il seme non ha sviluppato una radice in basso. L’immagine ricorda quella di Ger 1 All’ascoltatore che non accoglie questa parola, essa viene sottratta (o più precisamente “sollevata”) e l’ascoltatore senza più parola diventa muto, incapace di parlare. Lectio – La parabola del seminatore 17,8, l’albero che allunga le radici verso l’acqua; sviluppare radici in basso significa dunque attiva-re delle procedure verso la possibilità di vita. Non basta la pioggia che viene dal cielo, cioè un so-stegno che mantiene la vita dall’esterno; per portare frutto è necessario che il seme sviluppi la sua radice, cioè cerchi da solo una fonte di vita che possa durare nel tempo. L’aggettivo “incostanti”, attribuito a questi ascoltatori, infatti, ha a che fare con una breve durata nel tempo; non appena giungono “tribolazioni o persecuzioni a causa della Parola”, essi si scandalizzano (lett.). La parola ascoltata, da occasione per portare frutto diventa motivo di inciampo, di scandalo, ostacolo insor-montabile per la prosecuzione del cammino. La vicenda dei rovi è più complessa: più volte l’AT ci presenta una semina che dà un raccolto strano, quasi snaturato. Is 5,2.4 (LXX) nel cantico della vigna il padrone della vigna si lamenta per-ché, dopo averla curata e avervi piantato vite scelte, essa ha prodotto inaspettatamente “spine”. Ancora in Ger 12,13 il Signore ricorda: “hanno seminato grano e mietuto spine”. L’immagine corri-sponde bene a quanto Gesù ha descritto nella parabola alla folla: si pianta il seme e germoglia il rovo (v. 7). Il v. 19 ci descrive ciò che accade nel segreto della terra, dove il seme viene soffocato: pur a- vendo ascoltato la parola, avendola accolta e fatta propria, si lascia spazio ad altro: piuttosto che “sopraggiungono le preoccupazioni”, la traduzione lett. è “entrano le preoccupazioni”. In questo mo-mento Gesù apre una finestra sul cuore dell’uomo e ciò che accade in esso: le “preoccupazioni”, in-fatti sono legate altrove (Lc 21,34) al cuore dell’uomo: esse lo rendono “pesante”; il cuore pesante, in particolare, si rivela incapace di leggere gli eventi, di discernere il senso della storia (cf. Lc 24,31), la sua direzione. Ecco che, impiegando lo stesso verbo, Gesù raccomanda: “non affannatevi (merim-na,w) per il domani […] il Padre vostro sa di cosa avete bisogno” (Mt 6,25.32), svelando l’inganno nascosto dietro preoccupazioni “legittime”, e che sembrano ragionevole prudenza: si comincia a vo-ler provvedere da soli al proprio domani, rifiutando di pensare che c’è un padre che già se ne sta prendendo cura. Così proprio sulle preoccupazioni si innesta la seduzione della ricchezza, o più precisamente “l’inganno” della ricchezza, l’inganno cioè di poter finalmente essere autosufficienti e bastare a se stessi, di produrre da soli il frutto bastante. Da questo inganno scaturiscono altri desideri. Il sost. ricorre altrove per indicare qualcosa che trascina via l’uomo (cf. Gc 1,14 evxe,lkw), allontanan-dolo da se stesso, facendolo uscire da se stesso. Tutto questo può entrare nel cuore dell’uomo e soffocare la sua possibilità di compimento, la sua possibilità di portare frutto. Tornano in mente le parole di Pr 4,23: “Più di ogni altra cosa degna di cura custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita”. Educarsi, affinché il frutto che ci è donato possa giungere a compimento, chiede una custodia del cuore da ciò che troppe volte in maniera indisturbata va e viene. Educarsi significa rinunciare liberamente al desiderio di voler gestire noi il frutto possibile, al desiderio di voler pianificare e gestire il domani… Educarsi significa continuamente rinunciare a questa gestione nella consapevolezza che il Padre sa di cosa abbiamo bisogno… Questo è confermato dal seme che infine porta frutto: non ci sono attitudini particolari richie- ste, solo quella di non porre ostacoli, riconoscendo semplicemente la potenza di vita che è ci è sta-ta donata e che è stata accolta.  La libertà nel processo educativo: la libertà di chi è educato è alla fine protagonista… è il coinvolgimento e l’esercizio di questa libertà che porta a compimento l’educazione oppure la condanna a rimanere senza frutto…  Ci sono alcuni dinamismi nel cuore di chi è educato, che egli solo può mettere in movimen- to… Tentiamo forse di sostituirsi ad essi? Lectio – La parabola del seminatore Conclusione
L’insegnamento di Gesù entra dunque dentro il processo di educazione e – proprio nel mo- mento stesso in cui educa nel svela alcune dinamiche fondamentali, a partire dal dono, da cui solo la relazione educativa può scaturire. Il dono di una potenzialità di vita, di un seme, che mette alla prova, svela e mostra il cuore dell’uomo che lo accoglie, un seme che di fatto, nel momento in cui porta frutto, scompare nella terra, rivelando il cuore della relazione educativa: educare significa far uscire l’altro, far sì che il fratello possa vivere “secondo la propria specie”, mettere in campo una piccola forza per moltiplicare la grazia ricevuta, fino al compimento di una vita donata. Lectio – La parabola del seminatore

Source: http://www.caritas.it/materiali/convegni/seminario_equipe_febbraio2011/rossi.pdf

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